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Didattica Aperta 2014 e non solo...

Una riflessione su Didattica Aperta (2014 e non solo...)

di Mariella Berra e Barbara Demo


Perché didattica aperta?


Nel 2010 l'Agenda digitale Europea è stata adottata come parte integrante della strategia Europa 2020, finalizzata a stimolare l'economia digitale e a affrontare attraverso le ICT le nuove sfide economiche e sociali. Il Consiglio e il Parlamento europeo hanno visto in questo progetto

un'azione efficace per rafforzare una leadership europea nel campo del digitale attraverso la progressiva creazione di un mercato digitale unico (European Council conclusions of 28/29 June 2012 conclusions of 1/2 March 2012+ ). Secondo le stime un investimento nelle ICT, un miglioramento dei livelli delle competenze digitali, dei processi innovativi nel settore pubblico (sanità, giustizia, pubblica amministrazione, istruzione) e un impulso qualificato alla economia di Internet permetterebbero un aumento del PIL del 5%. In assenza, invece, di un piano d'azione incisivo in tale senso si correrebbe il rischio di avere una offerta inadeguata di competenze necessarie a coprire più di un milione di posti di lavoro nel 2015. Inoltre, sempre secondo le stime europee 1,5 milioni di posti di lavoro potrebbero derivare dagli investimenti in infrastrutture e, nel lungo periodo si avrebbe una ulteriore crescita di 3,8 milioni di posti di lavoro in Europa (http://europa.eu/rapid/press-release_IP-12-1389_en.htm ) Nella strategia Europa 2020 tre sono le specifiche linee di azione, tutte tra loro interconnesse, per promuovere una crescita sociale e economica intelligente.

La prima detta youth on the move intende migliorare l'efficienza dei sistemi di insegnamento e agevolare l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.

La seconda, unione dell'innovazione, tende a promuovere la diffusione e lo sviluppo delle idee innovative per stimolare la crescita economica e della occupazione.

Infine la definizione di un'agenda digitale europea mira ad accelerare la diffusione dell'internet ad alta velocità e sfruttare i vantaggi di un mercato unico del digitale per le famiglie e le imprese.

Nel maggio del 2012 i principi dell'Agenda Digitale Europea ispirarono un importante progetto nazionale, l'Agenda Digitale Italiana (AGI).

L'AGI individua un quadro di azioni che permetterebbero di ridurre quel divario tecnologico e digitale che colloca l'Italia in una posizione di debolezza rispetto alla media dei paesi UE (http://www.digitaldocument.it/index.php/2014/11/17/italia-e-digitalizzazio ).

Gli interventi infrastrutturali e tecnologici quali il potenziamento della banda larga, la costruzione del sistema pubblico di connettività, cioè l'asse nodale di accesso e connessione "in maniera organica, unitaria ed interoperabile" di tutte le pubbliche amministrazioni del Paese, i data center che permettono il raggruppamento dei servizi ed una loro gestione efficace e efficiente e la sicurezza che riguarda il funzionamento delle connessioni dal punto di vista tecnico e della salvaguardia della privacy, costituiscono la base per realizzare politiche generali e settoriali di innovazione e di superamento del divario digitale.

Esse permettono la concreta realizzazione dei progetti relativi all'identità digitale, cioè la possibilità di accesso con carta d'identità elettronica e carta nazionale dei servizi, alla amministrazione digitale che implica un ridisegno della strutture e una riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni, alla sanità digitale con la creazione del fascicolo elettronico, alla giustizia digitale con l'avvio di procedure telematiche, al sistema educativo con l'introduzione dei registri elettronici e i testi scolastici digitali e politiche di estensione delle competenze digitali e di inclusione per la popolazione.

Altrettanto importanti per valorizzare il patrimonio conoscitivo e incrementare le applicazioni economiche e sociali sono le indicazioni relative alla diffusione dei dati pubblici e alla loro condivisione.

In questo quadro la alfabetizzazione digitale diffusa e la crescita delle competenze digitali rappresentano un capitolo centrale. La scarsa alfabetizzazione digitale di un'ampia fascia della popolazione in prevalenza di età media elevata, come è noto, rende critico in molti settori lo sviluppo di competenze specialistiche ed anche l'uso di servizi di rete. La pubblica amministrazione, ma anche il tessuto industriale del paese,

soprattutto le PMI, ha bisogno di acquisire competenze digitali (articolo siti).

Diverse sono le cause della nostra arretratezza. La prima rimanda a carenze infrastrutturali. Per quanto riguarda le istituzioni scolastiche è nota l'assenza di copertura tecnologica. In Piemonte quasi l'80% delle scuole ha la connessione ad Internet, ma la qualità dell'accesso non è elevata. Una seconda causa è collegata all'ancora scarso investimento nelle politiche di apprendimento. E' noto come dagli anni '80 del secolo scorso l'investimento nelle politiche di educazione e di ricerca e sviluppo abbiano progressivamente rappresentato una quota decrescente del Pil. Una terza ragione è da ricondursi alle caratteristiche delle politiche industriali che hanno incentivato nell'utilizzo mezzi di comunicazione come, ad esempio, la televisione che non richiedono competenze specifiche e alimentano, a differenza delle nuove tecnologie di Internet, comportamenti passivi e non innovativi.

Pochi sono ancora i cittadini che possiedono le competenze necessarie ad accedere alla rete (analfabetismo digitale) e ancora meno sono quelli che possiedono le competenze necessarie per accedere ai servizi più comuni (analfabetismo funzionale). Tutto questo ha un impatto sulla domanda di servizi telematici con la conseguenza di uno scarso interesse dell'industria negli investimenti innovativi, venendo, così, ad alimentare quel circolo vizioso generato da scarso interesse, scarsa domanda e scarsa crescita delle professionalità.

Quali competenze operative sono necessarie, dunque, per superare il gap con gli altri paesi? La risposta comporta non prendere solamente in considerazione il tema della alfabetizzazione digitale ma di ampliare il campo allo sviluppo delle competenze digitali. Il che implica mettere in atto politiche e pratiche di estensione dell'accesso e dell'uso per le persone che sono ai margini, con l'obiettivo di superare il cosiddetto digital outcast, di equilibrare il divario fra nativi e migranti digitali, ma anche di incentivare metodi didattici che promuovano processi di investimento

personale e di trasformazione.

E' utile a questo punto sottolineare che spesso c'è una certa confusione linguistica riguardo il digitale tanto che molti documenti iniziano col dichiarare con quale significato si utilizzano in termini che il lettore troverà nel documento. Qui ci rifacciamo alla distinzione tra alfabetizzazione digitale" e "informatica" contenuta nel Joint Report "Informatics Education in Europe: Europe cannot afford to miss the boat" prodotto da ACM and Informatics Europe, dell'aprile 2013 [http://www.informatics-europe.org/news-and-events/157-joint-informatics-europe-acm-europe-report-on-informatics-education-in-schools.html ] secondo cui:

  • alfabetizzazione digitale (nel rapporto: digital literacy) vuol dire saper usare molteplici software e  saper navigare in internet

  • informatica  (nel rapporto: informatics) indica i concetti scientifici che sono alla base della tecnologia dell'informazione. Dunque l'informatica è una scienza a sé, fondata su concetti, metodi e bagaglio di conoscenze che la caratterizzano. E questa scienza è ormai emersa come una disciplina sottostante il progresso scientifico e tecnologico odierno, con un ruolo simile a quello della matematica.

Sempre nel rapporto, pensando all'iter scolastico dei giovani europei, si raccomanda di fare in modo che l'alfabetizzazione sia in gran parte acquisita entro gli 11e i 12 anni (quindi il primo anno della scuola secondaria di primo grado), avendo cura che gli scolari facciano uso di strumenti digitali dall'inizio del percorso scolastico.

In parallelo, con strumenti adeguati all'età e al tipo di istruzione che uno studente sceglie, il rapporto menzionato chiede di proporre attività didattiche attraverso cui gli studenti possano acquisire competenze digitali. Sono attività non limitate al puro uso di applicativi, come per lo più è accaduto dagli anni 90 fino ad oggi, bensì attività digitali inventate e costruite insieme fra docenti e studenti che richiedono capacità di pensiero computazionale.

Competenza digitale e pensiero digitale vogliono dire consapevolezza di fronte al digitale nei suoi vari aspetti: quindi significano avere idea di come è fatto un pc, come funziona e come si possa usare per creare funzionalità nuove nelle aree più varie, dalla medicina alla amministrazione della giustizia alla analisi linguistica.

Per arrivare ad una larga diffusione delle competenze oggi richieste dalla rapida evoluzione delle nuove tecnologie bisogna, dunque, non soltanto limitarsi alla alfabetizzazione digitale perché gli utenti devono avere maggiore consapevolezza e conoscenza dello strumento che stanno utilizzando.

Quindi la diffusione del pensiero computazionale è condizione necessaria alla diffusione e consolidamento della formazione.

Senza un intervento in questo senso anche le altre azioni previste dall'AGID rischiano di risultare scarsamente efficaci.

Se la prima e più importante questione concerne le competenze, la seconda riguarda le modalità per formare le competenze in un contesto tecnologico in evoluzione, modalità che devono anche rispondere nel modo migliore alle esigenze dei nativi digitali. I nativi digitali non operano in un vacuum, ma in un sistema formato da un complesso di relazioni che sono supportate e ampliate dai nuovi processi di cambiamento tecnologico, dalle nuove infrastrutture e dispositivi telematici, dagli strumenti e dai metodi disponibili.

Tutto questo richiede un rinnovamento nella didattica che comporta l'uso di metodi e di tecnologie aperte.

Per quanto riguarda l'insegnamento dell'informatica molti studi pedagogici hanno suggerito che nelle scuole vadano insegnati i concetti che aiutano a capire i principi e il funzionamento dei sistemi, piuttosto che pure ricette sull'ultima versione del software. Questo obiettivo è maggiormente realizzabile in una situazione di pluralismo tecnologico che abitua gli studenti e i docenti alla conoscenza dei diversi tipi di tecnologie (proprio il contrario di quanto avviene in ambienti proprietari in cui si demanda all'assistenza tecnica la soluzione di qualunque problema per quanto piccolo perché non lo si sa riconoscere come tale).

L'obiettivo di un progetto educativo dovrebbe essere quello di far crescere ed incentivare la diffusione delle conoscenze informatiche. Di conseguenza non è sufficiente una semplice e costosa distribuzione delle risorse, come ad esempio la mera dotazione di aule informatiche, di computer e di lavagne interattive multimediali (lim) , ma è necessario incrementare le capacità delle persone.

Negli insegnamenti di informatica l'accesso al codice sorgente è inevitabile per capire il funzionamento e i principi dei sistemi. Di conseguenza, la scelta predominate di impostare la didattica dell'informatica sull'uso del calcolatore attraverso linguaggi e standard e chiusi, ha avuto la conseguenza di far sì che le esperienze italiane spesso si concentrino su metodologie tradizionali di insegnamento o vengano private di risorse di collaborazione che potrebbero supplire all'esistenza di risorse strutturali scarse.

Amartya Sen, il noto economista e premio Nobel, in un bel libro uscito nel 1992 da Bollati Boringhieri, Risorse, valori e sviluppo, ha evidenziato la distinzione fra risorse e capacità di acquisizione. La capacità è una variabile intermedia che consente di ottimizzare l'accesso alle risorse. Il benessere delle persone dipende non solamente dalla quantità di risorse disponibili, ma anche dalla capacità di accesso, di uso e trasformazione di queste risorse.

Favorire le qualità per l'utilizzo delle tecnologie informatiche (formazione nelle conoscenze tecnologiche, skill flessibili di adattamento e di mutamento dei patrimoni tecnologici esistenti) aiuterebbe a sviluppare una politica educativa che investa nelle persone e che si colleghi ad una politica attiva del lavoro (vedi ad esempio l'insegnamento del linguaggio scratch nelle scuole inferiori e superiori e altre esperienze qui raccontate).

L'utilizzo di software open source offre non pochi vantaggi. Consente di usufruire di programmi semplici e adattabili alle esigenze dell'apprendimento interoperabili con altri programmi e con altre esperienze Permette un aggiornamento basato sulle competenze dei docenti e sul contributo degli allievi senza dover inseguire il mercato che sforna in continuazione nuovi prodotti in con forti aggravi economici per gli aggiornamenti. La documentazione è ormai vasta, disponibile e facilmente reperibile. Insieme al programma gli studenti possono disporre anche a casa del software che usano a scuola, senza che la famiglia sia obbligata ad acquistare nuovi prodotti.

I vantaggi, quindi, comprendono diversi ambiti tutti interconnessi: quello economico con un risparmio sul fronte dei nuovi acquisti e del rinnovo tanto del software quanto dell'hardware, quello della crescita delle competenze e delle conoscenze e anche quello etico. Sono, infatti, favoriti processi di sperimentazione, di innovazione e di sviluppo creativo, pratiche di comportamento cooperativo e al contrario perdono interesse, in quanto meno convenienti, forme di pirateria informatica.

La costruzione di un tale processo non è semplice, richiede impegno, collaborazione, capacità innovative e forte determinazione soprattutto da parte dei docenti, capacità di lavorare in modo autonomo e di cooperare con gli altri da parte degli studenti, ma consente di investire sulle risorse intellettuali di entrambi. Prepara a quel nativo digitale motivato che vuole conoscere fino in fondo come lavora un programma, un dispositivo, un sistema, che vuole capire come funzionano le cose prima di usarle in modo meccanico. Un nativo digitale flessibile e abile a cogliere e implementare le potenzialità di un mercato complesso, ma ricco.

Apprendere ad usare strumenti, tecnologie e metodi aperti è una indicazione per abbattere il circolo vizioso di cui si è parlato sopra. Il progetto deve essere collocato in un quadro più ampio dove la scuola gioca un ruolo sinergico con altre istituzioni, in un processo che permetta di fare incontrare domanda e offerta di lavoro evitando il rischio di relegare l'Italia ad essere consumatore di tecnologie e servizi avanzati prodotti da industrie straniere.

Va sottolineato che, al fine di attuare le funzionalità definite dall'Agenda Digitale Italiana, si dovranno riscrivere o sviluppare ex novo grandi quantità di software. La strategia più ragionevole per tale sviluppo dovrebbe essere basata sull'adozione della logica e degli strumenti del software libero, perché economicamente convenienti e socialmente sostenibili.

Un processo di offerta di informazioni e strumenti qualificati, deve essere accompagnato anche da un processo in grado di promuovere la cooperazione.

Questo processo riguarda anche il potenziamento a fini didattici e divulgativi dell'organizzazione di un modello di diffusione della conoscenze attraverso la dinamica della condivisione e della sperimentazione.

L'educazione e la scuola giocano, dunque, un ruolo decisivo in un progetto sinergico che comprende la creazione e diffusione di servizi e innovazioni per favorire l'istruzione digitale, la disponibilità di contenuti digitali, la individuazione di nuovi metodi di insegnamento, la creazione di nuovi strumenti, le capacità di interagire con le altre organizzazioni e istituzioni e il mondo esterno.

Didattica Aperta 2014

Sono queste le indicazioni che hanno guidato l'organizzazione del convegno Didattica Aperta di cui qui si raccolgono gli interventi significativi.

Didattica Aperta nasce come convegno itinerante con l'obiettivo di coinvolgere gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado nell'opera di diffusione dei principi della conoscenza come bene comune e degli strumenti tecnologici e culturali per l'attuazione di quei principi.

L'esperienza di Didattica Aperta si integra con altri eventi come il progetto Teachers for Teachers (T4T), organizzato dal Dipartimento di Informatica fin dal 2012 all'inizio di ogni anno scolastico con l'obiettivo di aggiornare gli insegnanti. Attraverso un ambiente virtuale e con incontri di arricchimento delle attività o proposta di nuovi temi si mantengono, poi, i contatti con gli insegnanti durante l'intero anno scolastico (t4t.di.unito.it). Un obiettivo analogo hanno i protocolli di intesa tra il Dipartimento di Informatica e la Direzione regionale MIUR per il Piemonte, l'associazione ASAPI (Associazione Scuole Autonome Piemontesi), l'associazione Dschola, attraverso i quali i docenti del dipartimento propongono attività sia per gli insegnanti sia per gli studenti. La disponibilità attuale di un nuovo vasto insieme di strumenti tecnologici collaborativi e un accesso libero ad archivi qualificati nazionali e internazionali può semplificare i processi formativi dei docenti e degli studenti. Possono così ampliarsi le condizioni culturali e tecnologiche che accrescono quel processo di formazione e istruzione. Tutto ciò, inoltre, permetterebbe di massimizzare i vantaggi derivanti dalla disponibilità delle persone a lavorare insieme per innovare e risolvere problemi. Si potrebbero, quindi, mobilitare grandi quantità di risorse, che avrebbero l'effetto d'incrementare la crescita professionale e culturale per i singoli e per l'intera comunità. Inoltre, un modello di comunicazione peer to peer avrebbe l'effetto di garantire l'innovazione

continua attraverso la messa in comune del lavoro di produttori e consumatori (prosumers) distribuiti nel mondo secondo il modello del dono non gratuito dell'open source [Berra e Meo, 2006] e della sharing economy [Ganski,2010].

Su questa linea si articolano i temi del convegno che riguardano:
1. l'uso di strumenti aperti per una nuova presenza dell'informatica nelle scuole (quindi ambienti di programmazione; materiali inerenti attività condotte nelle scuole e per le scuole);
2. l'atteggiamento con cui affrontare una migrazione all'open source attraverso le esperienze di chi ha già sperimentato questo passaggio nelle scuole o in altre aree della pubblica amministrazione.

L' apprendimento di pratiche cooperative, alimentato dai principi pedagogici moderni, dal costruttivismo al connessionismo e da un utilizzo di strumenti aperti è il contesto in cui si inseriscono i temi trattati negli interventi di cui presentano le slide. Educare a pratiche cooperative è, dunque, parte essenziale dell'ampia rivoluzione che dalla scuola si estende al mercato e alla partecipazione istituzionale e politica (Cooperare per innovare, Berra). Per quanto riguarda la raccolta di esempi e strumenti educativi aperti essa è organizzata secondo un ordine che tiene conto  di strumenti  e pratiche di carattere formale e informale. I primi riguardano attività specifiche svolte all'interno delle istituzioni scolastiche dai docenti e dagli studenti. I secondi comprendono attività esterne anche alle scuole con partecipazione volontaria  di docenti, studenti, genitori, imprenditori e altri attori sociali.

La prima dimensione comprende:

La scuola per la scuola: esperienze di sviluppo di software libero per la scuola  (Danesino, Bozzolan);

Insegnare a programmare ai bambini: un anno di Code.org e Scratchin classe (Rabbone);

Aggiornamento OPEN delle competenze digitali degli insegnanti: l'esperienza T4T teachers for teachers  (Demo);

Informatica per le scuole secondarie di primo grado (Barbero);

Cooperare per innovare  (Berra).

La dimensione relativa alle esperienze informali è rappresentata dai casi di:

Coderdojo. Dal movimento al modello didattico: teorie ed esperienze sul campo  (Grossi, Bonamone, Ferraresso);

Esperienze al FABLAB Ivrea (Avalle);

TeachMood. A scuola di open source (Pantò, Duretti);

Making libero nella didattica  (Davoli);

Per quanto riguarda i progetti in corso e le pratiche già realizzate di migrazione all'uso del software libero sono raccolti i:

Progetto scuola 2.0: il Progetto virtualizzazione postazioni di lavoro del Comune di Torino  (Bonello);

FUSS (Free Upgrade in South Tyrol),  che descrive il passaggio al software libero nella scuola a Trento e a Bolzano (Bonani);

Wiildos, una community per liberare la scuola  (Mauri);

Gestione e condivisione dei documenti con Alfresco  (Belussi) offre indicazioni sulle caratteristiche di una piattaforma aperta per le imprese.

In conclusione si presenta il recente progetto "Il portale della scienza e della scuola " di Angelo Raffaele Meo.

E' questo un portale che intende mettere insieme competenze tecnologiche, scientifiche e umanistiche per offrire un accesso libero ad un sapere qualificato. Pur essendo ancora nella fase sperimentale, è già dotato, per opera di insegnanti volontari, di oltre 500 "learning object" comprensivi di interi corsi in lingua italiana di molte materie (matematica, informatica, fisica, chimica, scienze sociali, ecc.). Quanto è disponibile nel prototipo (https://owncloud.studenti.polito.it/fare ) è il frutto del lavoro di una decina di volontari - ricercatori e insegnanti – che a titolo gratuito ha collaborato, per alcuni anni, con il DAUIN e con la scuola "Amedeo Peyron" (che ha la responsabilità della gestione regionale della cosiddetta "Scuola in Ospedale"), nonché, ovviamente di altri contributi liberi trovati in Rete. La creazione di un portale di accesso qualificato aperto alla conoscenza e la sperimentazione di strumenti didattici che favoriscono la crescita delle competenze attraverso processi collaborativi è una condizione per realizzare l'accesso a Internet come diritto sociale, previsto dall'articolo 34-bis. Esso si colloca appunto nel titolo secondo della costituzione italiana che regola i rapporti etico sociali sul diritto di accesso non discriminato alla istruzione e alla cultura. «Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete Internet, in modo neutrale, in condizione di parità e con modalità tecnologicamente adeguate. La Repubblica promuove le condizioni che rendano effettivo l'accesso alla rete Internet come luogo ove si svolge la personalità umana, si esercitano i diritti e si adempiono i doveri di solidarietà politica, economica e sociale.»